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DI COSA SI TRATTA
La fibromialgia (FM) è una sindrome dolorosa cronica originata da complessi meccanismi patogenetici ancora poco chiari. Il sintomo predominante nei pazienti con FM è il dolore muscoloscheletrico diffuso, derivante da un’alterazione dei sistemi che regolano la percezione del dolore, senza evidenza di danni organici. Pertanto, la FM è classificata come una sindrome da sensibilizzazione centrale dove una alterazione dei sistemi cerebrali deputati al controllo degli stimoli sensitivi porta a una dispercezione sensitiva a un riverbero cerebrale dell’esperienza del dolore (pain rumination). L’inizio della malattia è spesso preceduto da eventi stressanti, sia fisici (incidenti, interventi chirurgici) che psicologici (lutti, abusi) o da condizioni di stress ripetuto (condizioni lavorative, familiari).
La percezione costante del dolore porta a una condizione di rigidità muscolare diffusa che alimenta il circolo vizioso della sindrome dolorosa cronica.
 
EPIDEMIOLOGIA E PRESENTAZIONE CLINICA
La prevalenza della FM nella popolazione generale varia dal 0.2% al 6.6%, posizionandola come la terza patologia reumatologica più comune, con un rapporto tra uomini e donne di 1:3.
Il quadro sintomatologico è estremamente vario e può cambiare tra pazienti e nel tempo. I sintomi comuni includono dolore muscoloscheletrico diffuso, affaticamento intenso e persistente, disturbi del sonno e gastrointestinali.
Nel corso degli anni, sono stati proposti diversi criteri di classificazione e diagnostici per la FM. I primi criteri dell’American College of Rheumatology (ACR) del 1990 richiedevano la presenza di almeno 11 punti dolorosi su 18, chiamati tender points. Nel 2016, sono stati formulati nuovi criteri diagnostici che tengono in considerazione le varie tipologie di sintomi riscontrabili in questi pazienti.
 
DIAGNOSI
Attualmente, la diagnosi di FM rimane principalmente clinica – poiché non esistono parametri di laboratorio o esami specifici per confermare la diagnosi – e di esclusione ovvero può essere posta solo dopo aver attentamente ricercato e escluso altre patologie che possono essere alla base dei disturbi presentati.
Alcuni dei sintomi della fibromialgia (in particolare il dolore muscoloscheletrico e la rigidità atrtomuscolare) possono infatti ricordare quelli di altre comuni patologie reumatiche (polimialgia reumatica, artriti, sindrome di sjogren..etc) ed è per questo che il ruolo del reumatologo diventa fondamentale nel distinguere tra le diverse patologie e porre una corretta diagnosi. L’importanza della corretta diagnosi è infatti condizione fondamentale per impostare il corretto trattamento, che nel caso della fibromialgia deve essere necessariamente multidisciplinare richiedendo la collaborazione tra diverse figure professionali tra cui il reumatologo, il fisiatra, il fisioterapista, lo psicologo, il nutrizionista e il neurologo.
 
TRATTAMENTO
Le raccomandazioni della società europea di reumatologia (EULAR) per il trattamento della fibromialgia evidenziano come il primo approccio terapeutico debba essere non farmacologico ma basato sull’esercizio fisico attivo e possibilmente non sotto carico (come l’attività in acqua) assieme a terapie fisiche volte a ridurre la rigidità mirate sul singolo paziente. Lavorare sulla rigidità muscolare è fondamentale perché una muscolatura meno rigida è una muscolatura che permettere di svolgere meglio l’esercizio fisico fondamentale per affrontare la patologia. Anche la psicoterapia, in particolare la terapia cognitivo-comportamentale e un adeguato piano nutrizionale, si sono dimostrati efficaci nel migliorare la sintomatologia dei pazienti fibromialgici. I farmaci sono considerati nelle forme più gravi, con una scelta basata sui sintomi specifici del paziente.
 
IMPORTANZA DELLA COLLABORAZIONE CON FISIOTERAPISTI SPECIALIZZATI E DI UN PIANO DI TRATTAMENTO PERSONALIZZATO
La fibromialgia richiede un approccio di cura multidisciplinare, e la collaborazione con professionisti della salute, come fisioterapisti, è essenziale per ottimizzare il trattamento. I fisioterapisti specializzati nella gestione della fibromialgia possono contribuire significativamente al miglioramento delle condizioni fisiche e al controllo del dolore.
I fisioterapisti possono sviluppare programmi di esercizi personalizzati, adattati alle esigenze individuali del paziente. L’attenzione è posta sull’aumento della flessibilità, sul potenziamento muscolare e sulla correzione della postura, contribuendo cosi a ridurre i sintomi associati alla fibromialgia. Questo approccio mirato può migliorare la funzionalità generale e favorire una migliore qualità di vita.
E’ importante che il piano di trattamento sia deciso in collaborazione con il reumatologo e il fisiatra curante in modo da poter tenere in conto di tutte le esigenze mediche e altre patologie del paziente. E’ inoltre importante impostare un piano di cura graduale, che preveda una fase iniziale a minore intensità volta a decontrarre i muscoli e ridurre l’iperalgesia muscolocutanea attraverso l’utilizzo di terapia fisiche mirate (tecar e magnetoterapia con protocolli dedicati) in associazione a integratori e una seconda fase volta alla ripresa di una attività fisica graduale a sempre maggiore intensità.
 
La fase decontratturante
Nella prima fase decontratturante, oltre all’utilizzo di miorilassanti, può risultare efficace un particolare tipo di onda d’urto, quella radiale (più superficiale, applicata su aree più estese e meno intensa di quella utilizzata nelle condizioni infiammatorie localizzate), utilizzata secondo protocolli adeguati ai pazienti con fibromialgia e che quindi prevedano basse frequenze, brevi durate e una intensità modulata e incrementale nel tempo, al fine di ottenere lo scopo decontratturante senza causare un aumento del dolore legato all’onda d’urto, come il protocollo Bonori. A questo tipo di terapia fisica può essere associata anche la Stimolazione Elettrica Nervosa Transcutanea (TENS), che ha dimostrato di riuscire a ottenere una modulazione del dolore nei pazienti con fibromialgia.
 
La fase di esercizio attivo
Nella seconda fase di esercizio fisico attivo, l’impiego della ginnastica in acqua, nota anche come idroterapia, si è dimostrato particolarmente benefico per le persone con fibromialgia. L’acqua fornisce un ambiente a basso impatto, alleviando la pressione sulle articolazioni e consentendo un movimento più agevole. Gli esercizi in acqua possono migliorare la forza muscolare, la flessibilità e la resistenza, riducendo al contempo il dolore e la rigidità articolare. L’elemento terapeutico dell’acqua, combinato con gli esercizi specifici guidati da professionisti qualificati, crea un contesto ideale per la gestione della fibromialgia. La ginnastica in acqua può essere particolarmente adatta per coloro che trovano difficile eseguire esercizi su terraferma a causa della sensibilità al dolore.
Presso Medicina Ravenna è possibile accedere a una valutazione reumatologica e alla formazione di un piano di trattamento personalizzato che comprende sia l’utilizzo del protocollo Bonori per la fase decontratturante in eventuale associazione a TENS che un programma di ginnastica attiva in acqua riscaldata.
Questi approcci offrono benefici fisici e psicologici, contribuendo a migliorare la qualità della vita e adottando un approccio globale per affrontare la complessità della fibromialgia.
 

Dr.ssa Batani Veronica

Allergologa, Immunologa, Reumatologa

Riceve presso Medicina Ravenna

 

Bibliografia
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Per Attività Fisica Adattata (AFA) si intende un programma di esercizi non sanitari appositamente disegnati per persone con ridotta capacità motoria o con presenza di una patologia cronica clinicamente stabilizzata. Il fine è la modificazione dello stile di vita per prevenire, alleviare le patologie e rallentare il naturale processo di invecchiamento.

C’è un’importante evidenza scientifica che mostra come numerose condizioni di morbosità, disabilità e mortalità prematura, possono essere prevenute attraverso comportamenti e stili di vita sani, dove l’attività fisica viene riconosciuta come un fattore determinante. È stato dimostrato, inoltre, che in molte malattie croniche il processo disabilitante è aggravato dall’effetto della sedentarietà che è causa di nuove limitazioni funzionali e ulteriore disabilità. In letteratura è riportato un sufficiente quantitativo di dati che portano a concludere come questo circolo vizioso possa essere corretto con adeguati programmi di attività fisica regolare e continui nel tempo.

L’ AFA si rivolge in particolare a persone affette da patologie muscolo-scheletriche (come lombalgia, artrosi e osteoporosi) e da patologie neuromuscolari (distrofia muscolare, ictus, malattia di Parkinson, sclerosi multipla ecc.). Questa viene spesso inserita al termine di un percorso riabilitativo ed è finalizzata al mantenimento delle funzionalità recuperate. L’attività fisica, inoltre, si rivolge a persone con patologie croniche come malattie cardiovascolari, dismetaboliche, pneumologiche e oncologiche. In tali soggetti l’esercizio fisico sarà svolto con programmi indirizzati a stimolare la risposta metabolica centrale e periferica, con lo scopo di migliorare la salute fisica, la qualità della vita e il benessere psicologico.

L’attività fisica adattata può essere praticata in vari modi, si deve basare sulle esigenze individuali dei partecipanti i quali saranno sempre guidati dal chinesiologo e/o dal fisioterapista. Ad esempio, può includere esercizi di rinforzo muscolare, stretching, mobilità, attività aerobica e funzionale strutturati e pianificati in modo da apportare migliori benefici a seconda del tipo di paziente e problematiche in lui riscontrate.

Un programma svolto con costanza e determinazione può aiutare a migliorare tutti gli aspetti sopra elencati (forza muscolare, resistenza cardiovascolare, flessibilità, coordinazione e l’equilibrio) e a ridurre di conseguenza il rischio di malattie croniche, come: diabete di tipo due, malattie cardiovascolari, obesità e ipertensione, svolgendo un ruolo importante nella prevenzione sia primaria che secondaria. Infine può aiutare a migliorare la qualità della vita delle persone, aiutando a ridurre lo stress, l’ansia e la depressione, così da accrescere l’autostima aumentando il senso di benessere psicologico, l’inclusione sociale e la partecipazione alla vita comunitaria.

Nel nostro centro Medicina Ravenna, c’è la possibilità di svolgere esercizi adattati alle proprie esigenze in due ambienti diversi, palestra e piscina con macchinari e attrezzi fitness all’avanguardia, per esempio macchine ad aria, che permettono una riduzione significativa del carico a livello articolare o l’Akuis, che è un macchinario capace di offrire un allenamento in grado di sfruttare i carichi digitali e personalizzabili attraverso un dispositivo per il singolo paziente, anche con disabilità, il tutto sempre sotto la supervisione di chinesiologi e fisioterapisti qualificati. I programmi dei nostri esperti possono essere svolti in seduta singola o in piccoli gruppi e mirano a promuovere uno stile di vita attivo che permetterà ai pazienti un maggior controllo e vigilanza della propria salute a lungo termine.

In conclusione il movimento è la chiave per uno stile di vita sano e gratificante: permette di migliorare i processi dell’invecchiamento, aumentare la resistenza dell’organismo, rallentare l’involuzione della sarcopenia e alleviare i sintomi di malattie croniche. Inoltre, traggono vantaggio anche gli aspetti psico-intellettuali della persona e l’aspetto estetico.

 

Bibliografia:

  • Battaglia G, Bellafiore M, Alesi M, Paoli A, Bianco A, Palma A. Effects of an adapted physical activity program on psychophysical health in elderly people. Clin Interv Aging. 2016 Jul 29; 11:1009-15. doi: 10.2147/CIA.S109591. PMID: 27536081; PMCID: PMC4973724.
  • Duret C, Breuckmann P, Louchart M, Kyereme F, Pepin M, Koeppel T. Adapted physical activity in community-dwelling adults with neurological disorders: design and outcomes of a fitness-center based program. Disabil Rehabil. 2022 Feb;44(4):536-541. doi: 10.1080/09638288.2020.1771439. Epub 2020 Jun 3. PMID: 32490706.
  • Daste C, Kirren Q, Akoum J, Lefèvre-Colau MM, Rannou F, Nguyen C. Physical activity for osteoarthritis: Efficiency and review of recommandations. Joint Bone Spine. 2021 Dec;88(6):105207. doi: 10.1016/j.jbspin.2021.105207. Epub 2021 May 4. PMID: 33962031.

di Matteo Pelloni

Laureato in scienze motorie

Riceve presso Medicina Ravenna

Tel. 0544 456845


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SINTESI è un dispositivo che propone un modo innovativo e personalizzato di fare attività fisica sia in ambito sportivo che riabilitativo. La sua tecnologia si basa sull’utilizzo di motori elettrici per generare un carico che simula quello delle più svariate attrezzature utilizzate nelle palestre. Tutti i parametri di lavoro vengono impostati da un tablet che è sempre connesso alla macchina e visualizza in tempo reale dati rilevanti e oggettivi sull’allenamento, con la possibilità di archiviarli e compararli nel tempo.

Il meccanismo definito “sistema di vettorizzazione dinamico” consente di avere una completa libertà di movimento, riproducendo il comportamento dei pesi liberi, macchine isotoniche e molto altro, adattando elettronicamente il dispositivo ad ogni tipologia di esercizio e per ogni esigenza di allenamento. Questa tipologia di carico permette di lavorare in modo preciso ed efficace e la massima calibrazione del carico permette di svolgere allenamenti in estrema sicurezza e controllo sia a livello muscolare che articolare. È possibile un range di movimento preciso su cui svolgere l’esercizio lavorando quindi in massima sicurezza senza compensi e movimenti estremi.

I due moduli tubolari possono essere applicati in verticale alla parete oppure in orizzontale sopra all’apposita pedana. Questa doppia possibilità permette di poter effettuare tutti i tipi di esercizi con l’aggiunta di attrezzatura come pedane instabili, panche, step, fitball, per rendere il lavoro ancora più stimolante e completo.

Sintesi permette di svolgere allenamenti completi su vari aspetti:

Permette di svolgere attività di personal training uno a uno, ma anche in piccoli gruppi e sotto forma di circuit training.

A differenza dei tradizionali pesi, la tecnologia a motori elettrici consente di ottenere una resistenza fluida e costante che non viene influenzata dal momento e dalla gravità. Questo amplifica notevolmente il reclutamento dei gruppi muscolari in fase di esecuzione del movimento, migliorando il risultato in minor tempo e riducendo il rischio di infortuni. Grazie a questa tecnologia brevettata il carico di esercizio è sempre perpendicolare al suolo o in altre direzioni per qualsiasi esigenza di allenamento. È possibile impostare un angolo variabile da 0° a 45° mantenendo quindi sempre costante la componente vettoriale, oppure impostare un punto fisso di uscita del cavo. Questo permette di assecondare la naturale biomeccanica del corpo umano.

Con Sintesi è inoltre possibile simulare numerose condizioni di lavoro:

  • CARICO COSTANTE
  • CARICO AUXOTONICO
  • CARICO VISCOSO
  • CARICO VIBRANTE
  • CARICO ISOMETRICO
  • CARICO ECCENTRICO
  • CARICO MAGNETICO
  • CARICO ISOCINETICO
  • CARICO MOVIMENTO GUIDATO

Sintesi è stato studiato per creare un percorso altamente motivazionale che permette un puro allenamento a obiettivi e che restituisce risultati misurabili e di qualità, sia dal punto di vista delle performance che delle modalità di esecuzione di esercizi, mettendo a disposizione del personal trainer la possibilità di creare allenamenti personalizzati ed efficaci per ogni esigenza.

Sintesi, grazie alla sua tecnologia, si adatta anche alle esigenze di fisioterapisti e professionisti della riabilitazione. Il carico essendo digitale può essere impostato con step anche di 50 grammi, permettendo a utenti con difficoltà fisiche di poter recuperare più facilmente le funzionalità motorie. I differenti profili di carico a disposizione consentono di variare l’intensità dinamicamente in modo da agevolare, ad esempio, il completo movimento articolare di un braccio. Le dimensioni della pedana consentono a persone in sedia a rotelle di poter allenarsi in piena libertà e controllo.

 

di Anna Li Vigni

Osteopata e laureata in scienze motorie

Riceve presso Medicina Ravenna

Tel. 0544 456845


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Il BFR acronimo di Blood flow restriction training, significa letteralmente allenamento con restrizione del flusso sanguigno. È una metodica conosciuta da ormai molto tempo nel fitness, ma che negli ultimi anni grazie alle numerose pubblicazioni scientifiche a supporto ha trovato grande utilizzo in ambito riabilitativo.
BFR utilizza una fascia elastica controllata da un software applicata alla porzione prossimale di un’estremità (gambe o braccia) per occludere parzialmente il flusso
sanguigno al fine di stimolare gli adattamenti muscolari che migliorano la massa muscolare e la forza.
Tradizionalmente, quando si vuole migliorare la massa muscolare e la forza, è indicato un allenamento di resistenza ad alta intensità utilizzando carichi pari al
70-85% della forza massima (1-RM). Questo è spesso difficile o addirittura controindicato in presenza di dolore o nella fasi di guarigione da una lesione.

COME FUNZIONA?
Per aumentare la forza e l’ipertrofia muscolare sono necessari stimoli meccanici emetabolici: il BFR ci consente di ottenere entrambi ma con un carico minimo sulle strutture. Quando il bracciale viene gonfiato dal sistema, si produce una graduale compressione dell’arto che ne limita l’apporto di sangue ai muscoli portando ad un
ambiente ipossico (carente di ossigeno).
L’esecuzione degli esercizi con il BFR provoca una “crisi” nel corpo che risponderà richiamando sempre più fibre muscolari di tipo 2 (fibre fondamentali nella crescita
muscolare) che solitamente vengo reclutate con attività e carichi molto elevati.
Costringendo il sangue a rimanere più a lungo all’interno dei muscoli, si crea un affaticamento precoce che stimolerà i successivi processi di guarigione e rigenerazione dei tessuti, aumentandone l’apporto di sangue una volta tolta la fascia e ripristinata la normale circolazione.


IN QUALI SITUAZIONI È UTILE?
Il BFR è una metodica di allenamento molto versatile che permette di aiutare nella fasi riabilitative il paziente in un recupero più veloce ed eliminando i rischi di un
allenamento con grandi pesi.
I suoi principali campi di utilizzo sono:

  • Post-operatorio
  • Riabilitazione sportiva di atleti
  • Soggetti con età avanzata (per contrastare l’atrofia)
  • Riabilitazione di problematiche muscolo-scheletriche sia degli arti superiori che inferiori

È SICURO?
L’allenamento con restrizione del flusso sanguigno è ormai ampiamente utilizzato e la scienza ne conferma l’efficacia e la sicurezza. Il rischio associato al BFR sembra non essere superiore a quello legato all’esercizio con resistenza ad medio o alto carico, grazie al fatto che il flusso arterioso viene sempre permesso.
Airbands è un dispositivo senza fili in cui i bracciali si calibrano gonfiandosi automaticamente sulla tua zona di occlusione ottimale, che è calcolata sulla base
della pressione sanguigna sistolica, rendendola sicura e personalizzata secondo le caratteristiche del paziente.
Prima dell’utilizzo del BFR il fisioterapista procederà con un’anamnesi e una valutazione della condizione fisica del paziente. In assenza di fattori di rischio o
controindicazioni si pianificherà un programma riabilitativo mirato che consenta un rapido ritorno alle attività quotidiane del paziente.

di Luca Cambiotti

Fisioterapista di Medicina Ravenna

Riceve presso Medicina Ravenna

Tel. 0544 456845


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La terapia con onde d’urto è una metodica sempre più utilizzata nella gestione di vari disturbi muscoloscheletrici, grazie al suo approccio sicuro, vantaggioso e ben tollerato dai pazienti. Le onde d’urto sono onde acustiche generate in modo extracorporeo, che trasportano energia e si propagano in 3 dimensioni attraverso il tessuto per indurre un rapido aumento di pressione. In particolare creano un impulso di pressione positiva seguito da uno di pressione negativa, inducendo effetti fisico/meccanici nei tessuti trattati che si trasformeranno poi in effetti molecolari e biologici.

Nella pratica clinica esistono diversi tipi di onde d’urto (focali e radiali), che si differenziano per tipi di dispositivi utilizzati:

• Onde d’urto FOCALI: producono un’onda focalizzata in una piccola area di 2-8mm di diametro, penetrando più in profondità nel tessuto.

• Onde d’urto RADIALI: producono un’onda che si dissipa radialmente, raggiungendo la massima pressione superficialmente e vengono solitamente utilizzate per il trattamento di aree più estese.

EFFETTI DELL’ONDA D’URTO:

Negli ultimi anni prove crescenti hanno dimostrato che l’applicazione delle onde d’urto al sistema muscoloscheletrico genera effetti benefici che vanno oltre al semplice effetto disintegrativo meccanico.

Principali effetti:

• Aumento del flusso sanguigno locale

• Promuove effetti di riparazione e rigenerazione dei tessuti

• Riduzione dell’infiammazione cellulare

• Effetto antidolorifico

• Stimolazione della crescita di tenociti che favoriscono la riparazione tendinea

• Stimola la formazione di nuovo tessuto osseo

PER QUALI PROBLEMATICHE POSSO UTILIZZARLE?

Grazie ai suoi effetti positivi sull’organismo i campi di applicazione sono innumerevoli, permettendone l’utilizzo sia in patologie in fase acuta che in fase cronica.

Condizioni in cui sono indicate:

Tendinopatie (sia calcificanti che non calcificanti)

Fascite plantare

Epicondilite

Tendinopatia calcifica della spalla

• Ritardo di consolidazione ossea

• Dolori muscolari e contratture

• Speroni e spine calcaneari

L’esposizione ripetuta alle onde d’urto induce effetti antidolorifici maggiori rispetto ad una singola applicazione, per questo un ciclo si compone di 4 sedute a cadenza settimanale. Il fisioterapista seguirà il paziente nella completa gestione della problematica, introducendo se necessario terapia manuale ed esercizio terapeutico per garantire un ritorno alle normali attività quotidiane.

di Luca Cambiotti 

Fisioterapista di Medicina Ravenna

Riceve presso Medicina Ravenna

Tel. 0544 456845


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3 Maggio 2023 adminArticoli

L’importanza dell’alimentazione per chi soffre di fibromialgia

La fibromialgia è una sindrome multifattoriale caratterizzata da dolore diffuso accompagnato a sintomi

come affaticamento, disturbi cognitivi, problemi gastrointestinali, disturbi del sonno e rigidità muscolare.

Spesso i pazienti sperimentano anche sintomi meno specifici come cefalea, emicrania, dolore addominale con alternanza tra stipsi e diarrea e difficoltà nella concentrazione.

Frequentemente la diagnosi di fibromialgia avviene tardivamente, questo in quanto la fisiopatologia della malattia non è stata ancora compresa a pieno e perché, ad oggi, non esistono esami strumentali specifici. La diagnosi viene effettuata nel momento in cui sono state escluse tutte le altre potenziali cause dei sintomi del paziente e in cui vengono soddisfatti i criteri clinici (dolore diffuso in aree del corpo specifiche e presenza degli altri sintomi caratteristici per almeno 3 mesi).

Il dolore muscolo-scheletrico di chi soffre di fibromialgia è molto specifico: infatti, spesso viene riferito a livello dei tender points, ovvero aree localizzate in cui l’esercitazione di una determinata pressione provoca dolore.

La gestione di questa patologia richiede una valutazione completa del dolore, del contesto psicosociale e dello stile di vita del paziente, che è il punto di partenza della terapia non farmacologica per la fibromialgia: è importante, infatti, prevedere un’attività fisica aerobica regolare (spesso eseguita in acqua) e un miglioramento delle abitudini alimentari.

Ad oggi è stato ampiamente dimostrato che un’alimentazione equilibrata è in grado di migliorare in modo significativo la qualità di vita dei pazienti affetti da questa patologia. Tuttavia, è bene evidenziare che non esiste una dieta specifica per la fibromialgia, ma semplici consigli alimentari orientati alla migliore gestione della malattia.

Innanzitutto, per i pazienti in stato di sovrappeso o obesità, il raggiungimento del normopeso è associato alla riduzione del quadro infiammatorio che è alla base della sintomatologia.

Inoltre, molto frequentemente si riscontrano carenze di omega 3, vitamine e minerali: in questi casi dovrebbe essere fatto primariamente il tentativo di coprire tali fabbisogni con la sola alimentazione equilibrata e, solo se questa non dovesse essere sufficiente, ricorrere ad un’eventuale integrazione. Per esempio, si riscontra spesso deficit di vitamina D (che dovrebbe essere supplementata solo su indicazione di un professionista a seguito di evidenza di carenza dagli esami ematici o in presenza di fattori di rischio) e di vitamine antiossidanti come la C e la E, che hanno un importante ruolo nel preservare le funzioni cognitive, la memoria e la funzionalità dei muscoli.

Numerosi studi hanno inoltre suggerito che alla base della condizione clinica di questi pazienti vi sia una disbiosi intestinale, ovvero un’alterazione della composizione del nostro microbiota, che quando persiste nel tempo causa infiammazione a livello della mucosa intestinale, che a sua volta può causare gonfiore, meteorismo e crampi addominali, oltre a peggiorare i dolori muscolo-scheletrici: spesso con il miglioramento delle abitudini alimentari (soprattutto aumentando l’apporto di fibra) migliora anche la condizione di disbiosi, ma se questo non dovesse bastare si potrebbe ricorrere all’integrazione con probiotici.

Ma quindi quali sono gli alimenti da prediligere? Come spesso accade, l’aderenza ad una dieta mediterranea che sia varia ed equilibrata è la soluzione migliore: alimenti integrali, pesce azzurro, grassi polinsaturi, olio extravergine di oliva e cibi ricchi di antiossidanti devono essere gli elementi principali dell’alimentazione di questi pazienti, per migliorare lo stato di nutrizione e contrastare lo stress ossidativo.

E quali sono gli alimenti da evitare? Non è necessario abolire completamente nessun alimento, seppur sia consigliabile la riduzione significativa degli zuccheri semplici, della carne rossa e dei grassi saturi per evitare o correggere uno stato di malnutrizione, il quale andrebbe ad amplificare la sintomatologia. Inoltre, è raccomandabile eliminare gli alimenti ricchi di eccitotossine, ovvero sostanze che potrebbero stimolare maggiormente i neuroni peggiorando la sensibilità al dolore: queste sostanze sono, per esempio, l’aspartame (presente negli alimenti light/dietetici) e il glutammato (contenuto nei prodotti in scatola, dadi da brodo, salsa di soia).

È vero che è necessario escludere il glutine in caso di fibromialgia? Dipende. Spesso nei pazienti affetti da fibromialgia coesiste la sensibilità al glutine non celiaca, ovvero una sintomatologia intestinale simile a quella della celiachia (seppur siano patologie molto diverse) conseguente all’ingestione di glutine: solo in caso in cui sia stata accertata questa condizione (ed escluse le altre possibili cause di disturbi gastrointestinali) si potrebbe prevedere l’esclusione temporanea degli alimenti contenenti glutine dalla dieta.

E per quanto riguarda la rigidità muscolare? Quale alimentazione sarebbe giusto seguire? Per gestire la rigidità muscolare, sintomo molto comune delle malattie reumatologiche, valgono più o meno le stesse raccomandazioni della fibromialgia. In particolare, è fondamentale la riduzione (se non la totale astinenza) delle bevande alcoliche, le quali possono aggravare il quadro infiammatorio e potrebbero interferire con alcuni farmaci somministrati per la gestione della patologia. Inoltre, è decisamente raccomandata l’astinenza dal fumo di sigaretta.

Anche nei casi di rigidità muscolare è importante praticare attività fisica quando possibile: sarebbe opportuno, però, rivolgersi ad uno specialista in scienze motorie e non autogestirsi, per evitare di eseguire delle tipologie di esercizi non adatti alla propria condizione clinica.

Estremamente efficace è il trattamento “Metodo Bonori” con le onde d’urto radiali, eseguito da un fisioterapista certificato.

Se soffri di fibromialgia e senti il bisogno di correggere la tua alimentazione, rivolgiti ad un professionista qualificato!

Dott.ssa Boni Sara

Dietista

Riceve presso Medicina Ravenna

Fonti bibliografiche:

  •   PagliaiG,GiangrandiI,DinuM,SofiF,ColombiniB.NutritionalInterventionsintheManagementof Fibromyalgia Syndrome. Nutrients. 2020 Aug 20;12(9):2525
  •   LowryE,MarleyJ,McVeighJG,McSorleyE,AllsoppP,KerrD.DietaryInterventionsintheManagement of Fibromyalgia: A Systematic Review and Best-Evidence Synthesis. Nutrients. 2020 Aug 31;12(9):2664
  •   IsasiC,TejerinaE,MoránLM.Non-celiacglutensensitivityandrheumaticdiseases.ReumatolClin.2016 Jan-Feb;12(1):4-10. English, Spanish. doi: 10.1016/j.reuma.2015.03.001. Epub 2015 May 5

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Il trattamento del tumore alla prostata è principalmente chirurgico, attraverso l’intervento di Prostatectomia radicale.

La procedura dell’intervento avviene mediante l’utilizzo del sistemo robotico Da Vinci: l’intervento chirurgico più accurato nel trattamento della patologia localizzata, che consente la realizzazione di un intervento mini-invasivo, con minimo decorso post operatorio.

Grazie all’utilizzo della macchina, e all’esperienza e abilità del chirurgo, questa tecnica è in grado di dare ottimi risultati oncologici e funzionali.

Vantaggi della prostatectomia radicale robotica, riconosciuti dalle linee guida internazionali di urologia

– Visione migliorata ad alta definizione ed in 3D con magnificazione di 10 volte

– Eliminazione del tremore della mano umana

– Minime incisioni che permettono di ripristinare rapidamente le normali funzioni, ridurre

la degenza ospedaliera, ridurre i rischi di incontinenza e impotenza, minore/nulla

perdita di sangue e riduzione delle trasfusioni.

– Trattamento meno doloroso: la maggior parte dei pazienti non deve assumere antidolorifici dopo la dimissione.

Tecnica chirurgica

L’intervento consiste nell’asportazione completa della prostata, in anestesia generale, per mezzo del sistema robotico Da Vinci.

Vengono posizionati 6 trocars (porte) attraverso delle incisioni sull’addome, che permettono l’accesso degli strumenti robotici atti a riempire la cavità addominale di anidride carbonica, creando così una camera di lavoro.

La tecnica robotica viene utilizzata con successo anche in pazienti con tumore della prostata avanzato: permette di eseguire delle linfoadenectomie: ovvero rimozione de linfonodi pelvici, a cui appartiene la linfa prodotta dalla prostata.

Successivamente la prostata viene isolata: si isola il collo vescicale che viene risparmiato

massimamente per consentire una rapida ripresa della continenza.

Una volta disconnessa la prostata dalla vescica, si procede all’isolamento della vescicole seminali:

durante la procedura viene posta la massima attenzione per salvaguardare i nervi che

avvolgono la prostata, fondamentali per una adeguata preservazione della funzione erettile.

In alcuni pazienti in cui la malattia fosse già clinicamente avanzata, è necessario

sacrificare in parte o totalmente i nervi periprostatici, addetti all’erezione, per permettere la

rimozione completa del tumore.

L’isolamento della prostata si conclude con la sezione dell’uretra prostatica, prestando

estrema attenzione alla preservazione completa dello sfintere esterno: muscolo deputato alla

continenza.

Dopo un accurato controllo di eventuali sanguinamenti, si procede all’esecuzione

dell’anastomosi tra uretra e vescica (riconstitutizione della continuità anatomica tra vescica e

uretra), che viene eseguita con una sutura in continua con un innovativo filo dotato di alette

autobloccanti, che garantiscono una tenuta stagna e rapida ripresa della continenza urinaria.

Si posiziona quindi un catetere vescicale senza alcun tubo di drenaggio.

Decorso post operatorio

A partire da circa 6 h dopo la procedura, il paziente viene mobilizzato, comincia a bere ed

alimentarsi leggermente la sera stessa dell’intervento.

Il catetere vescicale, viene mantenuto in sede per un periodo di solito variabile da 3-5 giorni, a

seconda di alcuni fattori intra-operatori e del decorso post-operatorio.

Il paziente viene dimesso dall’ospedale senza catetere vescicale dopo 2-5 giorni

Le possibili complicanze dell’intervento, vista la tecnica, sono praticamente assenti, tuttavia

possibili, per cui è sempre bene averle chiare, visto che, sebbene minimvasivo, la

prostatectomia radicale è comunque un intervento di chirurgia maggiore che fino a pochi anni

fa si effettuava con taglio addominale.

Possibili complicanze

  • Emorragia intra e postoperatorie che necessita di trasfusioni di sangue
  • Linfocele (accumulo di linfa in addome, che avviene solo in caso di linfadenectomia)  spandimenti urinosi intorno all’anastomosi tra uretra e vescica
  • Lesioni della parete vescicale, lesioni del tratto intramurale dell’uretere

Tutte queste complicazioni sono direttamente proporzionali al grado di malattia, e alle

caratteristiche del paziente (peso corporeo, grosse prostate con terzo lobo, pregressa chirurgia addominale o prostatica, PSA e stadiazione del tumore).

In questo caso svolge un ruolo fondamentale l’esperienza clinico/diagnostica del medico che

studia bene la malattia e prepara il paziente all’intervento, e anche la competenza e

l’esperienza chirurgica dell’operatorie.

Il tasso complessivo di possibili complicanze è comunque drasticamente inferiore alle

complicanze della prostatectomia radicale effettuata con tecnica tradizionale.

Guarda il video della Prostatectomia radicale robotica eseguito dal Dr.Dente: link video

Dott. Dente Donato

Urologo

Visita presso Medicina Ravenna

Tel. 0544 456845


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La “cervicalgia” ovvero l’insorgenza di un dolore nella zona cervicale è un disturbo assai
frequente, spesso causa di sofferenza e limitazioni quotidiane.

La prevalenza stimata dello sviluppo di un episodio significativo di dolore al collo lungo la vita, varia dal 40% al 70%,
è perciò fondamentale conoscere quelle che possono essere le cause ed il corretto iter di
trattamento in questi casi.
Andremo in questo articolo ad analizzare quelle che possono essere le cause, i sintomi ed
il trattamento più adeguato.
Cosa può causare dolore cervicale?
Per comprendere le possibili cause alla base di un disturbo cervicale è fondamentale
conoscere le strutture da cui è composto: 7 vertebre cervicali contornate da legamenti,
muscoli e tendini che insieme conferiscono stabilità e grande libertà di movimento.
Inoltre, troviamo le strutture nervose con gli 8 nervi spinali, spesso responsabili di diverse
problematiche.
È perciò chiaro che essendoci così tante componenti sia necessario eseguire un’attenta
valutazione, dividendo in problematiche di origine: muscolare, articolare, neurologica o
mista.
Tra i principali fattori di rischio troviamo:

      • Posture mantenute
      • Traumi
      • Stress lavorativo
      • Discopatie e degenerazione vertebrale
      • Irritazioni radicolari
      • Contratture muscolari

Che sintomi mi provoca?
La sintomatologia può essere molto variabile dipendendo da quali sono le parti coinvolte.
Si può spaziare da un dolore lieve e localizzato in un punto preciso, ad un dolore più
intenso e diffuso in altre zone come spalle e braccia.
Spesso un’infiammazione acuta del rachide cervicale è accompagnata da rigidità e
tensioni muscolari che possono essere fattori predisponenti allo sviluppo di comorbilità
come cefalee, giramenti di testa, formicolii e perdita di forza.
Come posso curarla?
Queste condizioni come già accennato hanno spesso una causa multifattoriale, perciò
come primo passo è di fondamentale importanza individuare la o le cause che sono
all’origine dei sintomi e questo attraverso un’attenta e corretta anamnesi. In questo ci
viene in aiuto la tecnologia con Baiobit, un sistema digitale che attraverso un sensore indossabile
(dispositivo medico) quantifica in maniera precisa la funzionalità motoria del paziente. In questo
modo sarà possibile grazie al software elaborare i dati e monitorare in
maniera oggettiva i progressi della terapia
oltre che comparare i risultati e l’andamento
di tutto il percorso riabilitativo.
Un fisioterapista specializzato potrà poi successivamente pianificare un programma
riabilitativo mirato, composto da terapia fisica, manuale ed esercizio terapeutico con
l’obiettivo di migliorare lo stato acuto e consigliare le corrette strategie per riprendere una vita sana e senza dolore.

 

di Luca Cambiotti 

Fisioterapista di Medicina Ravenna

Riceve presso Medicina Ravenna

Tel. 0544 456845


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8 Febbraio 2023 adminArticoli

Endometriosi, cos’e’ e cosa fare.

 

L’endometriosi è riconosciuta a livello nazionale ed internazionale come una delle principali cause di dolore pelvico cronico e di sterilità femminile.

In Italia le donne con diagnosi conclamata di endometriosi sono almeno 3 milioni; si stima inoltre che circa il 10% delle donne in Europa sia affetto da endometriosi, e che la genesi del 30%-40% dei casi di infertilità femminile sia riconducibile a tale patologia

Secondo alcuni studi il rischio di soffrire di endometriosi aumenterebbe per le ragazze le cui madri soffrono o hanno sofferto di endometriosi, suggerendo possa esserci una predisposizione anche genetica alla malattia.

La clinica è data soprattutto dal dolore pelvico, mestruale, ovulatorio o cronico. I noduli di endometriosi sono costituiti infatti da endometrio vero e proprio che, in quanto tale, è responsivo alle stimolazioni ormonali. Le diverse fasi del ciclo mestruale ne determinano quindi un ciclico ispessimento e sfaldamento, provocando periodiche reazioni infiammatorie e successive aderenze. La sintomatologia associata varia poi a seconda della localizzazione delle lesioni: disturbi urinari (disuria, ematuria) ed intestinali (dischezia, rettorragia, fino a vere e proprie occlusioni intestinali) non sono infrequenti. Possono essere riscontrate anche localizzazioni vaginali della malattia, spesso  causa di dolore al rapporto sessuale. Più raramente invece vengono descritte lesioni endometriosiche a distanza, ad esempio a livello del diaframma o toraciche.

Quando la mucosa endometriale si approfondisce e si localizza nel miometrio invece, si parla di adenomiosi che è causa importante di dismenorrea, e può essere di difficile inquadramento diagnostico qualora si presenti in forma isolata.

La capacità degli impianti endometriosici di creare flogosi pelviche croniche con aderenze e il conseguente sovvertimento della normale anatomia pelvica, è responsabile anche dell’ alta percentuale dei casi di sterilità in queste pazienti, soprattutto per danno tubarico; è inoltre un fattore di rischio per l’instaurarsi di quadri infettivi pelvici sovraimposti ed è stato recentemente dimostrato come questo tessuto ectopico, attraverso il meccanismo della flogosi cronica, sia ad aumentato rischio di cancerizzazione. La diagnosi si avvale dell’esame clinico ginecologico, dell’ecografia pelvica e transvaginale, della RM, dell’esame laparoscopico.

 

Cardine terapeutico per il controllo e, in alcuni casi, per la regressione della malattia è la terapia ormonale, volta a sopprimere le cicliche fisiologiche fluttuazioni ormonali femminili, che sono la causa della progressione della malattia e quindi dei sintomi ad essa legati; l’approccio chirurgico si rende necessario per rimuovere lesioni profonde, circoscritte, o focolai aggredibili chirurgicamente con ottima risoluziobe della malattia. Sono tuttavia numerosi gli approcci di medicina convenzionale e non convenzionale che in maniera integrata offrono un’ adeguato aiuto alle pazienti affette da questa patologia.

La terapia va pertanto personalizzata e centrata sulle esigenze della paziente (età , progetto riproduttivo, sintomatologia, localizzazione delle lesioni) mettendo sempre la qualità di vita globale della donna al centro di ogni obiettivo terapeutico.

 

Dott. Mantuano Rosalbino

Specializzazione Ginecologia e Ostetricia

Visita presso Medicina Ravenna srl


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23 Gennaio 2023 adminArticoli

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La fascite plantare è una delle patologie più comuni del piede e può essere definita come un processo cronico degenerativo a carico dell’aponeurosi plantare. Il sintomo più caratteristico di tale patologia è il dolore localizzato a livello della superficie mediale del calcagno, dove la fascia plantare si inserisce. Il dolore solitamente si presenta più intenso al mattino, in particolare dopo i primi passi dopo il risveglio, o dopo prolungati periodi di inattività (es: stare seduti o sdraiati), mentre tende a diminuire durante l’esecuzione di attività funzionali (es: cora e cammino) per poi peggiorare nuovamente a fine giornata.

Diversi sono i fattori di rischio per  lo sviluppo della fascite plantare, riscontrati attraverso un’analisi della letteratura scientifica, tra cui: un’eccessiva pronazione del retropiede, un accorciamento del gastrocnemio e degli ischio-crurali, una disfunzione dell’articolazione metatarso-falangea del 1° dito, una disfunzione della cintura lombo-pelvica frequentemente abbinata ad una debolezza del medio gluteo e degli stabilizzatori del bacino.

Secondo quando riportato in letteratura circa il 90% dei pazienti può beneficiare di un trattamento conservativo. La maggior parte delle strategie prevedono un intervento in “loco”, ossia sulla sede del sintomo, mentre viene rivolta meno attenzione all’analisi e all’eventuale trattamento di strutture anatomiche correlate alla fascite plantare, sia dal punto di vista anatomico che funzionale.

Il trattamento osteopatico pone l’attenzione su un’analisi generale del paziente e tramite tecniche manuali, dolci e non invasive, permette di valutare ed eventualmente trattare le strutture anatomiche correlate alla fascite plantare sia dal punto di vista anatomico che funzionale. Il trattamento osteopatico prevede quindi, un approccio locale sulla zona del sintomo mirato alla diminuzione del dolore, tramite tecniche sui tessuti molli e sul sistema fasciale del piede e dell’arto inferiore e tecniche di drenaggio per una corretta e più rapida risposta al processo infiammatorio.  Il trattamento prevede inoltre un approccio a distanza per eventuali disfunzioni associate al sistema autonomo, che prevederà una valutazione di tutto il corpo e delle strutture principalmente correlate come colonna vertebrale, bacino, pavimento pelvico e diaframma.

È inoltre consigliato un approccio multidisciplinare che permette, in base alla situazione del singolo caso, l’integrazione di esercizi mirati e di eventuali altri approcci terapeutici per una completa risoluzione dei sintomi.

Parallelamente al trattamento osteopatico è possibile consigliare esercizi specifici e alcuni accorgimenti che possono portare un miglioramento della sintomatologia e coadiuvare il trattamento stesso.

di Anna Li Vigni

Osteopata e laureata in scienze motorie

Riceve presso Medicina Ravenna

Tel. 0544 456845


 

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